3.c) Le leggi di Mendel

La teoria di Mendel, al contrario di quanto avviene in quella di Darwin, è sempre stata un esempio chiaro e semplice dell'applicazione del metodo induttivo. Esperimenti controllati danno luogo ad un'interpretazione teorica che nel suo contesto è irrefutabile. Tuttavia occorre tenere in considerazione che l'interpretazione venne fatta in base alle conoscenze di allora.

Bisogna riconoscere che non si è mai voluto presentare la teoria di Mendel o le leggi di Mendel come una teoria evoluzionistica (per l'alterazione del significato di evoluzione), infatti, la combinazione di geni, di per sé, non genera caratteri diversi dagli originali. Non aiuta la teoria di Darwin neppure il fatto che le leggi di Mendel abbiano introdotto elementi o meccanismi dell'evoluzione fino allora sconosciuti, non c'è da stupirsi se per 50 anni il suo apporto sia stato ignorato dalla comunità scientifica, un caso difficile da capire se non fosse per la spiegazione che ci offre la sociologia della scienza.

Per la dinamica che conferisce all'evoluzione e per i molteplici vantaggi della differenziazione sessuale, la Teoria Generale dell'Evoluzione Condizionata della Vita (TGECV) sì capisce l'importanza delle leggi di Mendel o, in generale, che la teoria di Mendel, abbia dato un grande apporto alla teoria dell'evoluzione nella sua giusta accezione, e che mantiene la propria validità con le opportune correzioni concettuali.

L'interpretazione iniziale non costituisce alcun problema, viene accettata ed aggiornata con il progresso della scienza; ciò che però può dar luogo a seri problemi è il modo in cui la teoria di Mendel viene ancora spiegata nelle scuole. I concetti di gene dominante e recessivo delle leggi di Mendel continuano a spiegarsi con un approccio alquanto antiquato e, certo, dove possono esserci certe difficoltà concettuali, come: “che succede quando due geni dominanti si uniscono?” si ricorre a concetti tali come codominanza; perché in realtà non si conoscono, con carattere generale, i meccanismi genetici che fanno sì che un gene o un frammento di codice genetico particolare si comporti come  carattere dominante. In molti casi invece si devono conoscere, almeno parzialmente, ma non si possono spiegare facilmente sulla base di concetti semplici di dominanza nel contesto di aleatorietà generale.

Gregor Mendel (1822-1884) (Immagine di dominio pubblico)
Gregor Mendel (Dominio pubblico)

Un po’ più difficile da spiegare, con l'idea classica delle leggi di Mendel, sarebbe il concetto di corecessione.

Dal punto di vista dell'Evoluzione Condizionata, i concetti di gene dominante e recessivo derivati dalle leggi di Mendel vengono alterati dall'essenza stessa del processo evolutivo. Un gene non è dominante o recessivo, ma ha un comportamento dominante o recessivo (idea condivisa anche dal pensiero classico), dipendendo dal gene con cui si confronta, e soprattutto è importante (in quanto concetto nuovo apportato dalla suddetta teoria) che, in funzione delle restrizioni o condizioni di sviluppo dell'informazione genetica che contiene, possiamo citare come un esempio più comune quello della verificazione o no di tale informazione.

Attualmente, vista l'importanza che hanno le leggi di Mendel, non può non essere sufficiente dire che un gene è dominante o recessivo, occorre ragionare sul perché un gene si comporta come dominante, spiegando le cause di tale comportamento. Il concetto si mantiene in gran misura nella sua accezione primitiva perché è associato all'idea di geni con caratteristiche discrete (rosso, bianco, rosa, ma non tonalità in piena evoluzione), poiché è più conveniente per la nozione imperante di evoluzione.

I concetti basici di gene dominante e gene recessivo nelle leggi di Mendel perdono il loro senso e, in caso di mantenerlo, risultano completamente impropri. Come vedremo più avanti, il cosiddetto gene recessivo risulta essere quello più potente ed evoluto nei casi in cui la verificazione sia una delle condizioni associate all'informazione trasmessa. La Teoria Generale dell'Evoluzione Condizionata della Vita (TGECV) cambia pertanto la terminologia, denominando gene significativo il gene che si comporta come dominante (per dirlo in qualche modo, infatti, non è esattamente ciò che accade, come verrà spiegato più avanti) in un determinato processo.